IMG_20171201_102259.jpgAnnapurna circuit, è uno dei trekking montani più famosi del Nepal e rappresenta una meta imprescindibile per gli amanti dei sentieri montani.

I siti internet e i libri lo descrivono come una “apple pie”, insomma una passeggiata, ma posso assicurare che è stato duro e faticoso, e più volte avrei voluto terminare in anticipo e godermi da lontano la bellezza delle cime innevate.

Fa parte di un enorme parco naturalistico, situato nella zona baricentrica del Nepal, e anche se non famoso quanto il parco gemello dove risiede la cima più alta del mondo (Everest 8,848m) anche il complesso delle Anapurna possiede montagne dall’altezza vertiginosa dai 6000 agli 8000m sopra il livello del mare.

Il Nepal possiede un territorio unico che spazia in altitudine dai 70 metri agli 8848 metri al di sopra del mare e quindi anche il suo clima è estremamente variegato e può spaziare dalle foreste tropicali della fascia sud, alla zona relativamente mite centrale e la zona superiore dove sono presenti le nevi perenni e i ghiacciai. In questo stato, relativamente piccolo, si possono incontrare a distanza di poche ore, elefanti, tigri, ippopotami, capre di montagna, bisonti, stambecchi e aquile reali.

Solamente dopo il 1977 le Annapurna sono state aperte nuovamente al turismo e liberate finalmente dale guerrillas Khampa che operavano dalla zona tibetana fino al territorio delle montagne. Da allora un susseguirsi di pellegrini dediti alle vette sacre si inerpica per le ripide scalinate che portano ai vari cambi base e, per i più avventurosi, addirittura a risalire 4000 metri in più e andare in cima alla vetta.
Su youtube è possibile imbattersi in alcuni video registrati da esperti scalatori che testimoniano la vita sopra i 6500 metri, o meglio la morte sopra quel livello: oltre ad un oceano di oggetti abbandonati durante il tragitto (che spazia dalle tende, sacchi a pelo, borracce…) è possibile incontrare i corpi di molte persone che non ce l’hanno fatta nella scalata e che, per forza di cose, sono state abbandonati alla neve, perfettamente conservati dal freddo pungente (-25 gradi) anche dopo decenni di intemperie.

Ovviamente il nostro obiettivo non era assolutamente arrivare in cima ma, per lo meno, arrivare al campo base della montagna, ABC,  e da lì tornare indietro seguendo un altro percorso e descrivendo un piccolo circolo organizzato in 15 giorni circa.
Questa sarebbe stata l’idea ma abbiamo dovuto accorciare la scalata e quindi saltare l’ultima parte che ci avrebbe condotto al punto più alto Annapurna ABC 4130 metri.

Partendo alle pendici del monte, circondati da un paesaggio bucolico dall’aria fresca ma non fredda, abbiamo intrapreso la scalata a piedi aiutati da due giovanissimi “Porters” che si accollavano in maniera impeccabile i nostri borsoni (circa 10kg per ogni componente del gruppo). Molti erroneamente si riferiscono ai “portatori” come Sherpa, anche se in realtà quello è il nome di uno dei gruppi etnici che popolano la zona del Tibet e non il nome della professione vera e propria.

Il primo giorno è stato caratterizzato da una continua scalata, con pendenze dal 10 al 17%, su strade polverose dove continuamente sfrecciavano jeep cariche di danarosi turisti che saltavano tutta la prima parte per arrivare direttamente dove le macchine si fermano e tutte i sentieri di montagna cominciano, Tikhedhunga.

Ero ovviamente conscio del carattere basico degli ostelli sulla montagna, inversamente proporzionale all’altitudine, ma mai mi sarei aspettato di dover affrontare una doccia all’aperto, a -5 gradi, protetto solo da quattro pareti in lamiera, con pavimento inclinato, con finestra panoramica senza vetro a picco sulla vallata. Senz’altro pittoresco ma molto difficile da sopportare. L’aerea comune, dove si serviva la cena e si passava la maggior parte del tempo, era intasata da persone ansiose per caricare le varie batterie dei vari dispositivi, per scambiare idee e pianificare assieme i vari tragitti. Tra le varie persone un gruppo di turisti cinesi provenienti da Qingdao  青岛 ha ravvivato la fredda serata invitando tutti a ballare canzoni locali e bere una bottiglia di 白酒 di liquore di riso che sarà costata minimo sui 1500 euro perché era un maotai 茅台, una delle marche più prestigiose che si possono trovare nella terra di mezzo e che normalmente viene riservata solamente per cene importanti con clienti fondamentali per  concludere un business.

Dopo Tikhedhunga si sono susseguiti numerosi villaggi di montagna e innumerevoli splendidi scorci paesaggistici.
È strano sperimentare il respiro affannoso man mano che si risale la montagna.
Ho avuto solo un assaggio delle grandi altezze quando sono andato con il mio amico Donato nella zona montana dello Yunnan, alla ricerca di Shangri la e della Gola del Salto della Tigre.

In tutto abbiamo percorso più di 100km, quasi mai in pianura. Più volte mi è capitato di dovermi fermare per riprendere fiato nelle zone di sosta e per poter affrontare quel l’oceano di gradini che si susseguono incessantemente e inesorabilmente.
Le infinite scalinate sono composte da scaglie irregolari che rendono particolarmente difficile la scalata anche per via delle grandi alzate che si inseguono inesorabili una dopo l’altra. Più o meno ogni 10 minuti è possibile riposare nelle zone di sosta, momento propizio in cui non è necessario osservare attentamente il terreno e che, bevendo un sorso di acqua gelida e rilassandosi, è possibile bearsi del panorama mozzafiato.

Non sono uno scalatore di montagna, nemmeno uno scout e ingenuamente pensavo che solo le montagne in Cina fossero composte da infinite scale come quando solo salito in cima alla montagna gialla nello Anhui o come la vetta Hengshan nello Hunan.

Come ho già detto, eravamo partiti con l’intenzione di arrivare al campo base dell’Annapurna ma poi abbiamo deciso di arrivare al punto massimo Poon Hill 3500m e poi discendere gradualmente verso la valle.

È incredibile denotare come i paesaggi varino notevolmente; si attraversano foreste pluviali, zone desertiche, rigagnoli d’acqua che sommandosi si gettando in cascate, ponti in legno che si rilassano con grandi catenarie su impervi fiumi e rapide color azzurro intenso, risaie abitate da pigri ovini e bovini e villaggi acciottolati su declivi da brivido allo stesso livello delle nuvole. Tutti i lodge sono stati estremamente basici, anche più spartani del primo alloggio che personalmente mi ha più che sconvolto: le condizioni igieniche lasciavano a desiderare, le camere erano composte da muri di metallo o compensato e quasi sempre le finestre erano sprovviste di vetri. Le chiavi della mia stanza aprivano anche altre tre stanze, non c’è nessuna forma di riscaldamento, le docce sono localizzate fuori al gelo e in molte occasioni erano anche sprovviste di acqua calda

Malgrado le notevoli difficoltà è quasi un’impresa descrivere con parole la sensazione di svegliarsi col panorama di quelle vette innevate come sfondo, specialmente quando la sveglia suona all’alba, e si ha il tempo di apprezzare la luce arancio/ocra che si dipinge sulle cime innevate, appena sfiorate da sottili nubi color malva e stormi di uccelli neri che destandosi con le primi luci iniziano un nuovo giorno.

Oltre alla componente naturalistica ciò che rimarrà impresso nella memoria è la magia di arrivare nei vari villaggi che costellano i numerosi trekking e, specialmente in quelli meno battuti dalle rotte turistiche, incontrare la gente del posto e avere il tempo di immergersi nella vita himalayana quotidiana, scambiando qualche frase in inglese e cercando di immedesimarsi in quelle vite così remotamente distanti dalle nostre.

Onestamente per me sono stati ben troppi i giorni passati nella montagna perché, chi mi conosce sa che, il freddo non mi è amico, ma posso anche affermare che questa esperienza mi ha dato molto spazio per meditare e ,chissà, conoscere più a fondo anche me stesso. Per conservare il fiato durante il percorso, rimanevo in silenzio per ore, concentrandomi sui miei pensieri e sulla bellezza della natura tutt’attorno.

La tecnica vincente era quella di avere una colazione molto abbondante in modo da saltare il pranzo e resistere fino a cena, che normalmente non si verificava se non prima delle 18. Il cibo è costoso ma fortunatamente abbastanza vario per sopravvivere per 15 giorni e sperimentare quasi tutto: dai celeberrimi involtini al vapore “momo” मम, che sfoggiavano ripieni di verdure, patate, carne di bufalo e pollo, agli spaghetti istantanei fritti con peperoncino e verdure; dal riso cotto in padella con carne alle varie pietanze dal gusto indiano ma più pacato e non piccante.
Come per la cucina anche il Nepal stesso mi ha ricordato una versione più “soft” dell’India,  anche se non ho ancora avuto modo di sperimentare questa enorme penisola asiatica: dovunque è una sarabanda di colori e odori di spezie, le vesti arancioni dei monaci, le bandiere della preghiera dai quattro colori, il dorato e il bianco dei templi, lo smeraldo della natura e l’azzurro intenso del cielo.

Uno dei momenti più desiderati ed attesi è stato senza alcun dubbio l’arrivo a Jhinu, panoramico villaggio in cima ad un colle circondato da una vallata a 360gradi famoso soprattutto per le sue terme e sorgenti di acqua calda. Si doveva scendere per almeno 40 minuti attraversando una foresta verticale molto fredda per poi arrivare in riva ad un fiume azzurro impetuoso e li trovare, con sorpresa, tre grandi vasche fumanti di acqua termale che tanto sembravano miraggi nel deserto.

Diversamente dai miei 30 dell’anno scorso a Phuket, quando Matthew mi ha regalato l’emozione di diventare “Advanced diver” un sommozzatore professionista con il corso “PADI Advanced”, i miei 31 anni li ho compiuti in Nepal e più precisamente a Pokhara di ritorno dalla scalata della montagna. È stato magico ed unico oltrepassare il primo trentennio in quella magica città, ricca di storia e vicende che i più ancora disconoscono.

Il secondo viaggio di ritorno a Kathmandu in bus trascorre rapidamente e tra le altre cose con Matthew abbiam visto un film, Victoria and Abdul, che ci ha fatto infinitamente emozionare; la dolce, inattesa e segreta storia d’amore tra la regina inglese Vittoria, vedova da molti anni, e un giovane indiano musulmano proveniente dalla lontana colonia. Una storia vera e solo recentemente riscoperta, che la maestria di Judi Dench ha saputo immortalare su pellicola. Da vedere assolutamente.

Dopo aver salutato i nostri tre compagni di viaggio e in compagnia di Lali, un’allegra catalana incontrata per caso durante la scalata, ci siamo decisi ad esplorare la nostra ultima meta nepalese a 13km dalla capitale: la città storica di Bhaktapur भक्तपुर.

Un affollatissimo minibus ci porta in quella che sembra la versione da me aspettata di Kahtmandu. Mentre la capitale è ormai un coacervo di vicoli polverosi, dove lo smog delle macchine e le polveri sottili vengono intrappolate inesorabilmente nella vallata, dove le foto satellitari testimoniano una crescita urbana impressionante e rapida, qui a Bhaktapur tutto sembra essersi cristallizzato nel tempo.

Il nostro hotel risiedeva proprio di fronte alla piazza principale, anche qui denominada “Durbar square”, alla quale si accedeva con un biglietto illimitato di 10 dollari.  Attraversando la grande piazza sono molte le guide locali che accolgono i vari turisti in tutte le lingue fino ad indovinare il gergo parlato dal cliente.

Oltre alla bellezza dei templi di giorno, la notte porta con sé una magia unica, con pochi e selezionati riflettori illuminanti le grandi pagode, la musica e le campane dei riti religiosi, la gente locale che scende in piazza e i ristoranti acciottolati nelle zone mansardate degli edifici più alti (4-5 piani). Mi ha ricordato passeggiare per qualche città medievale italiana o spagnola, dalle strette vie, le facciate molto ravvicinate, tetti a spioventi, il rossastro dei laterizi antichi, i pavimenti di pietra e le varie piazzette nascoste con i templi in vista.

Mentre nella montagna ho scelto volutamente di non portare la canon per evitare complicazioni e le foto sono state scattate interamente con il telefono, in città ho la fortuna di poter immortalare visi, espressioni, luci, antichi templi e testimoniare la ricchezza di questo paese.
Da buon seguace di Marco Polo, anche quest’anno per Natale regalo delle testimonianze dei miei viaggi e dei contatti con le nuove culture: dopo avervi parlato per almeno 30 minuti, ho scelto di comprare più di 10 stampe su papiro ad un simpatico e arzillo venditore in una delle tante viuzze che costituiscono il dedalo dell’antica capitale Bhaktapur.

10 stampe regalate a 10 persone speciali che, come me, potranno avere nella loro vita un angolo di questo paradiso da ammirare e sognare.

Concludo con il buon proposito per il 2018 di continuare ad aggiornare il blog con nuovi articoli e reportage fotografici; questo blog rappresenta una finestra sulla mia vita e sulle mie esperienze che, anche solo virtualmente, per sempre rimarranno dipinte e narrate da immagini e parole.

I miei più sentiti auguri per un buon 2018!

Galleria fotografica I, II



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