Kuala Lumpur 30-31-1-2/VI/2014

吉隆坡2014630-31-1-2

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edificio governativo del sultano Abdul Samad

Immaginate una città il cui cielo azzurro è puntellato di minareti, torri arabeggianti, cattedrali di vetro e acciaio, i colori sfavillanti dell’India e dell’Indonesia, l’ombra intensa proiettata sull’asfalto dai Baniani e le loro tipiche radici aeree

 

È passato quasi un mese dal mio ultimo viaggio e per tante motivazioni non ho avuto la possibilità di aggiornate il mio diario. Tra il mondiale che è già a pieno ritmo, l’uscita dei telefonini subacquei e una rapida ma significativa gita a Roma il mio tempo era occupato full-time.

A seguito della consegna del nuovo progetto, un concorso pubblico per la costruzione di un CBD di scala enorme, avevo accumulato abbastanza stress e voglia di rivedere la mia famiglia, così senza dire nulla a nessuno (eccetto Elettra, la più grande e significativa amicizia che ho da 13 lunghi anni) passando per Mosca con Aeroflot Aэрофло́т sono arrivato a Fiumicino il 5 alle 20.30. Nella mia mente si era creata un’immagine dell’aeroporto di Mosca Šeremet’evo molto più avveniristica e complessa, in realtà ho scoperto che malgrado la enorme grandezza ed estensione non vi è nessun tapis-roulant per il trasporto rapido di persone, sedili in gomma dallo stile congelato negli anni 70, soffitti bassi, nessun Starbucks, Costa coffee o simili, solo negozi e cartelli con scritte in cirillico e forse, analogamente al caso cinese, nessuno che può risponderti ad una domanda formulata in lingua inglese. La sala dove risiedeva il gate era il terminal F e questi era lungo quasi kilometro con un unico schermo per la visualizzazione dei Gate, lo si doveva percorrere fino alla metà per sapere quale fosse la porta di imbarco e in caso tornare in dietro per poterla raggiungerla.

Non era solo una buona occasione per rivedere la mia famiglia, date le speciali condizioni che vigono da più di un anno ormai, ma abbiamo potuto anche festeggiare, seppur in maniera leggermente anticipata, l’anniversario di matrimonio dei miei genitori, 43 lunghi anni assieme. Difficile scordare la faccia di mia madre in giardino quando dopo l’improvvisa chiamata di Elettra si sono incontrate davanti al cancello con la scusa di dover lasciare “una cosa da dare a Luca”, io sono entrato improvvisamente e l’ho salutata con un bacio e “buonasera”; mia madre non aveva realizzato fin dopo i primi 30 secondi che ero veramente io, quasi 70 giorni prima dell’ufficiale data di arrivo in Italia e ugualmente mio papà che sedeva sulla poltrona in salone e che quando entrai mi guardò come fossi un fantasma per poi abbracciarmi forte.

 

Immaginate una città il cui cielo azzurro è puntellato di minareti, torri arabeggianti, cattedrali di vetro e acciaio, i colori sfavillanti dell’India e dell’Indonesia, l’ombra intensa proiettata sull’asfalto dai Baniani e le loro tipiche radici aeree. Kuala Lumpur è stato il mio primo assaggio di Malesia, che anche se rapidamente ha saputo cristallizzare nella mia mente l’immagine di uno stato ricco di storia, meltin’pot culturale, frenesia artistica e bellezza naturalistica.

 

Un giro nel mercato alimentare e un hotel nella variopinta Little India è l’antipasto giusto per iniziare la scoperta di questa città dal fascino ibrido. Con il metro sopraelevato, che tanto ricorda quello di Bangkok, arriviamo nella via più famosa per il cibo, Jalan Alor con una miriade di chioschi invitanti di numerose cucine asiatiche, dalla cantonese alla vietnamita, dalla thailandese alla locale malay. Chiedendo informazioni su come arrivare alla suddetta strada ci imbattiamo in un uomo cordiale e simpatico sulla 40ina che stava con la sua famiglia passeggiando e che decide di accompagnarci alla ricerca fino al restaurante e mangiare con noi: io avevo paura fosse un impostore che alla fine ci avrebbe truffato in qualche modo (purtroppo qui in Asia ho avuto diverse esperienze di truffe blande di questo genere)  ma in realtà è risultato, malgrado i sospetti, una bella ed interessante presenza che voleva praticare il suo inglese e passare del tempo con stranieri. Dopo un pranzo a base di gamberoni burro e broccoli e riso saltato in padella con carne di vitello ci dirigiamo con un taxi senza tassametro alle caverne di Batu, una delle massime attrazioni che la città ha da offrire. Il tassista era un cinese che veniva dalla provincia del Fujian 福建, ho conversato con lui in mandarino del più e del meno pur risultando simpatico e affabile abbiamo scoperto con un taxi di ritorno che in realtà ci aveva fatto pagare doppia tariffa.

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பத்துமலை le Batu Caves

பத்துமலை le Batu Caves  si trovano a 13 km fuori dalla città nel distretto di Gombak e rappresentano un importante luogo di culto Indù fuori dall’India dedicato alla divinità Murugan o Kartikeya, protettrice dell’amore, della guerra, della vittoria e della saggezza. Ho letto nella guida che è particolarmente coinvolgente assistere alla famosa festa Indù Thaipusam, தைப்பூசம் durante la quale tutta la comunità Tamil reca delle offerte alla divinità in una festa di colori, odori e musica. Per arrivare al tempio era necessario salire 272 gradini divisi in varie ripide rampe di scale sorvegliate da una statua dorata di 42 metri dorata di Guayin. Le caverne in realta’ rappresentano una delle attrazioni principali di tutta la Malesia e sono state scoperte  dal naturalista americano William Hornaday nel 1878 ma circa 15 anni prima i cinesi vi si erano stabiliti per raccogliere il prezioso guano di pipistrello utilizzato per fertilizzare le loro risaie secolari. Molto tempo fa le caverne sono state utilizzate anche come rifugio, come si può denotare dalle numerose scritte e murales che deturpano le antiche pareti; l’unico abitante stabile ora è una cagnetta di nome “girl” che sembra perfettamente adattata all’oscurità, cibandosi di quello che trova senza voler lasciare il proprio habitat. Con un’escursione guidata con elmetto e torcia ci siamo addentrati nello stomaco delle Dark cave e la guida ci ha mostrato con orgoglio la numerosa fauna che silenziosamente popola la grande spelonca; molti gli insetti rari, dalla planaria che si divide in sei parti e genera sei individui, alle antiche specie di pipistrello,  da un ragno che non reagisce allo stimolo luminoso perché il loro habitat è completamente privo di luce a una colonia di grilli che animano il deserto oscuro e umido della caverna.

Anche qui ho visto la statua della divinità indiana che tanto ricorda Freddie Mercury (prometto che mi documenterò sulla religione Indù così da potergli dare finalmente un nome) e risalendo le scale ripide e coloratissime  numerose scimmie Macachi correvano da una parta all’altra in cerca di cibo o semplicemente di turisti distratti ai quali rubare le patatine.

Di ritorno nella città ci siamo fermati nella famosa Merdeka Square, la più famosa piazza di Kuala Lumpur con il suo campo verde da polo, la libreria, la KL City Gallery (interessante per vedere gli sviluppi futuri della città), il museo dell’arte tessile (che purtroppo non ho avuto modo di visitare), la cattedrale di St Mary (austera all’interno, elegante da fuori) e il grande edificio governativo del sultano Abdul Samad (disegnato dall’architetto AC Norman dallo stile arabeggiante, mattonato e maestosamente illuminato di notte). Dataran Merdeka داتارن مرديك in lingua Malay vuol dire Piazza dell’indipendenza e proprio in quel giorno abbiamo assistito alle prove per la festa nazionale, ritardate più di una ora da una pioggia torrenziale che in pochi secondi ha paralizzato la città e costretto noi a sostare sotto il portico del grande palazzo in stile mudejar. Rifugiandoci dal diluvio abbiamo scoperto la Merdaka Square plaza, una zona ipogea che in quel giorno ospitava un interessante mercato al coperto d’abbigliamento street style; in uno dei numerosi chioschi per il cibo abbiamo provato dei dolci malay a base di jicama-patata messicana con una salsa di mirtilli e noccioline, strano sapore e consistenza mai provata ma buoni e molto freschi.

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Falene giganti

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Torri Petronas

Le Torri Petronas sono probabilmente l’attrazione più nota di Kuala Lumpur e in generale di tutto il territorio malese. Sono alte 452 metri ognuna e rappresentano una vera e propria opera ingegneristica realizzata dal poliedrico architetto argentino Cesar Pelli tra il 1995 e il 1998. Interessante sottolineare come tra il 1998 e il 2004 questo sistema di torri era il più alto del mondo… Le due torri gemelle ad un’altezza di 171 metri sono unite da uno sky-bridge ma è di notte che questi grandi giganti hanno il loro effetto più riuscito; le 32000 finestre sono illuminate a giorno rendendo la facciata tutta un faro enorme e riconoscibile in qualsiasi parte della città. Non sono solo una calamita per i turisti (vengono venduti un numero limitato di biglietti per accedere al panoramic deck e vengono esauriti normalmente prima delle 9 di mattina) ma anche per le falene, delle enormi farfalle notturne (più grandi di un palmo di mano) che pare abbiano invaso anche la vicina Singapore e che attratte dalla fulgida luce rimangono ferite e scottate sulla superficie vitrea.

 

Una cena nel food court delle Petronas ci ha fatto provare dei piatti tipici  della cucina malese, piccante al punto giusto ma dai sapori molto forti. L’odore delle spezie per le strade catapulta in una Delhi colorata e profumata, ancora per me inesplorata. Senza tornare all’hotel siamo saliti in uno Sky bar di un edificio poco distante per ammirare le torri di notte da una prospettiva più alta e più maestosa, scoprendo in seguito che quello era uno dei locali più esclusivi di KL.

Abbiamo deciso di boicottare l’ostile sveglia alle 6 del mattino per stare presto davanti alle Petronas e salire al deck e abbiamo optato di utilizzare questo tempo organizzando un viaggio nella vicina Melacca, celeberrima città coloniale alla pari della a me vicina Macao. Dopo un viaggio di due ore e mezzo a bordo di un’auto privata abbiamo raggiunto la città coloniale nota per la fusione della cultura asiatica e la cultura europea. Malacca è situata esattamente alla metà del cammino compresa tra Kuala Lumpur e Singapore, mi aspettavo di trovare le strade delle Filippine in questo tragitto ma fortunatamente mi sbagliavo, le arterie di lunga percorrenza qui sono autostrade pulite e pratiche a 5 corsie. Le Architetture ibrido-portoghesi-cinesi-malay hanno i colori pastello tipici della colonia europea. Tipica la chiesa del Cristo color rosso scarlatto e la porta Santiago che tanto ricordava la Manila di Intramuros non solo per gli edifici in rovina ma anche per il nome. Abbiamo visto una coreografica coppia di novelli sposi malay con le vesti dai colori brillanti e pajettati. Nella china-town il protagonista era ovviamente  il caos armonico, calamari essiccati, tartine di uovo portoghesi, noodles, templi di legno scuro e affreschi colorati, pareti bianche, insegne neon, marche false di portafogli e magliette…

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Jicama con noccioline e marmellata di mirtilli

La colazione è da prendere nei chioschi attigui alle strade, alcuni più consigliati  di altri, ma tutti sono come dei mini suq coloratissimi e dal forte odore di curry e per 13 ringgit MYR (circa 3 euro) si possono avere; il Teh tarik (te’ nero con latte condensato o evaporato) è il loro tè classico che a me tanto ha ricordato al sapore dell’americano Ovaltine sciolto nell’acqua, lo squisito roti canai che è simile ad una crêpe alla piastra con salsa di fave e zuppe varie e infine le Samosa  ਸਮੋਸਾ che sono come delle empanadas fritas (frittelle), con verdure, cipolle, patate e lenticchie al curry.

 

Il terzo giorno le mie compagne di viaggio, Adriana (colombiana) e Andrea (messicana) hanno lasciato hanno lasciato l’hotel molto presto ed io sono rimasto a dormire ancora per due ore: essendomi aggiunto all’ultimo il nostro volo di ritorno non coincideva. I ringgit scarseggiavano e quindi ho deciso di esplorare una zona che in realtà ci era stata sconsigliata perché non molto interessante, la China Town di KL. Il cuore della comunità è rappresentato da Pantaling Street, e sinceramente non smentisco il consiglio che ci avevano dato…non mi ha entusiasmato molto, sarà che sono abituato a vedere bancarelle di falsi, lanterne rosse e dragoni…ho percorso tutto il quartiere cinese fino alla grande piazza Merdeka . La KL city gallery come ho detto rappresenta una buona occasione per informarsi sulla nascita di questa vibrante città, sui futuri sviluppi e sull’attuale situazione e subito fuori dalla galleria un gigantesco poster  commemorativo ricorda quel maledetto volo MH370 che non è ancora stato ritrovato, volo scomparso nel nulla. Ho approfittato dell’attesa nell’aeroporto di KL per redigere parzialmente questo articolo e in questo momento sto provando un buon caffè bianco che ricordo aver provato per la prima volta durante una lezione di cinese con Fairy, la mia ex-professoressa e amica cinese, di ritorno da Sabah (Malesia, Isola del Borneo) come souvenir.

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poster MH370

Alla prossima avventura

un saluto

 

Galleria fotografica relativa


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