Intimamente confuso

-Quel che voglio è solo essere?-

Potrei sagomare nella nebbia
uno spettro
Che come l’ombra bracca il camminare del tempo.

Con le ginocchia si fonde
Quando inciampando sull’asfalto
Ciottoli di catrame s’arrossano in sbucciate ferite.

Che la nebbia sia madre del mio sdegno?

Dovrei placare il vuoto che graffia dentro
E che infetta in necrosi
lontani spasmi, miraggi ormai
in defunte immagini fluttuanti.

Rimpiangerò di non avere gettato quelle sensazioni
In un pozzo, senza alcuna fine
Se non quella
Di limitare un umido e nebbioso soffrire

E nello sciacquio delle nebbie
scontrarmi con l’uomo che non sono mai stato.

Quante volte dovrò ancora suggerirti
il veleno giusto con il quale annichilirmi?


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